De Amicitia. Derrida critico di Schmitt

Vincenzo Vitiello

Abstract


1

 

È in Politiques de l’amitié[1], ancor più che in Spectres de Marx[2], che l’orientamento politico, direi: la ‘destinazione’ politica, della filosofia di Derrida, anche delle analisi teoriche più astratte ed apparentemente lontane da ciò che si è soliti indicare col termine ‘politica’ – un singolare che a Derrida non piaceva, come già il titolo del libro rileva –, ha trovato la sua più convinta espressione. La politica, infatti, non è stata per il filosofo francese un tema di riflessione accanto ad altri; è stata anzitutto fonte di ‘responsabilità’. Lo attesta il confronto con Schmitt, che di questo libro costituisce la struttura portante, la cui motivazione originaria è nella dichiarata ‘esigenza’ di comprendere perché «questo giurista ipertradizionalista della destra cattolica» ha suscitato tanta simpatia «in certi circoli del pensiero politico di sinistra». Derrida si sente chiamato a ‘rispondere’ dell’amicizia degli ‘amici di sinistra’ di Carl Schmitt, perciò non riduce il fenomeno: «questi ‘amici di sinistra’ non corrispondono ad una formazione fortuita o psicologica, nata da una qualche confusione interpretativa». Al contrario: «Si tratta qui di un immenso sintomo storico-politico, di cui dobbiamo ancora pensare la legge» (PA, p. 162; it. 166).

 

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[1] J. Derrida, Politiques de l’amitié (= PA), Paris, Galilée, 1994; trad. it. di G. Chiurazzi, Milano, Cortina, 1995.

[2] J. Derrida, Spectres de Marx, Paris, Galilée, 1993; trad. it. di G. Chiurazzi, Milano, Cortina, 1994.


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