In laude confitentis est praedicatio, in cantico amantis affectio: la preghiera raddoppiata del gregoriano

Marco Gozzi

Abstract


“Chi canta prega due volte”: non l’ha detto sant’Agostino – come alcuni ritengono –, ma è la parafrasi semplificata di un passo delle Enarrationes in Psalmos (72,1) di Agostino, che è stato scelto come titolo di questo contributo e il cui contesto è riportato qui di seguito.

[...]

L’affermazione si trova subito dopo il celebre passo che riguarda la definizione del termine “inno”. C’è dunque – visto che di linguaggio stiamo parlando – una specificità del linguaggio musicale (qui indicata come «l’affetto di colui che ama», amantis affectio), che si somma – nel canto liturgico – alle specificità testuali; ma il punto nevralgico (non toccato qui da Agostino, ma su cui focalizzare subito l’attenzione) è che il canto cristiano liturgico – quello che oggi si chiama “gregoriano” – non è musica nella sua essenza (substantia), è principalmente preghiera, parola latina innalzata dal canto.

Perché l’uomo cristiano canta nella liturgia? Il canto è una amplificatio, un innalzare la parola da normale, quotidiano mezzo di comunicazione a Parola con la “p” maiuscola, degna di essere ascoltata da Dio, da colui che ci ha fatti e che ci fa in ogni momento. La parola semplicemente detta è inadeguata nella liturgia, ha bisogno di una trasformazione, di una purificazione, di un potenziamento. Ma la musica fa di più: è anche esegesi, ossia interpretazione, scavo nella profondità della Parola, nel suo mistero, nel suo significato essenziale.

 

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